Se fossi cieca

A giugno ho salutato una mia alunna non vedente che a settembre cambia scuola, diventa grande e ho pensato a come si possa innamorare una persona non vedente.

Premetto che per quanto io non sia una persona visiva e pure particolarmente orba, se non avessi questo organo di senso, non riuscirei neppure a immaginare la minima cosa presente nel mondo.

Un mondo senza colori, senza insegne, senza volti, senza bellezza, senza sogni, senza poter rapportare la voce a delle fattezze, senza poter scegliere a colpo d’occhio un vestito, una borsa, senza sapere come si è, senza sapere come ci siamo truccate, come è fatta quella persona, come è la luce che risplende negli occhi di chi amiamo.

Solo oggi riflettevo che il 90 per cento del nostro mondo è fatto di immagini e che quindi, perdere la vista è una delle cose più brutte che possano succedere.

Certo possiamo usare il tatto per riconoscere le cose, l’udito per le persone e l’olfatto per i posti ma la vista….

Ho pensato anche a come sarebbe stata una privazione visiva in campo amoroso.

Niente love chat, che si basano solo sulle foto, niente amore a prima vista, solo veri appuntamenti al buio.

E a sto punto come fai a sapere se una persona ti piace o meno? Niente discriminazione visiva, niente canoni di bellezza greca, solo energia e forme rilevate dal tatto, solo profumo delle pelle e dolcezza della voce.

E se così fosse tutto più semplice? Se toccando un volto con la punta delle dita potessi capire che di quel volto mi posso innamorare?

E come si rapporterebbero i “normodotati” alla mia cecità? Avrei appuntamenti? Sarebbero imbarazzati? Se spuntassi col rossetto sbavato ed i calzini spaiati, mi vorrebbero ancora?

Si dice che l’amore è cieco ed effettivamente, tutte le volte che mi sono presa una cotta, è perchè mi sono abbandonata solo a delle buone vibrazioni.

Ed allora chiudiamo tutti gli occhi e lanciamoci senza rete. Qualcuno ci prenderà.

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La cazzimma

G. L’ho conosciuta i primi anni di lavoro, durante un corso di formazione. Era una di quelle inutili lezioni dove ci facevano sedere a cerchio e presentare dicendo tre personali caratteristiche. Quando venne il suo turno, si alzò in piedi e in puro accento partenopeo disse: io sono intelligente, carismatica e teng’ a cazzimma. Tutte la fissarono. Eravamo 20 donne e la maggior parte avevano detto di essere solari, amicali, fantasiose… Insomma roba melensa da femminuccia. Lei no, lei teneva la cazzimma ma soprattutto aveva dichiarato a gran voce di essere intelligente. E quando venne il mio turno anche io dissi di esserlo. Lo ero. Lo sono. Perché non dirlo. Da quel giorno io e G. Abbiamo fatto tutto il percorso insieme. Sono anni che siamo colleghe inseparabili. Lei è la mia fonte di informazioni burocratiche e tengo molto a riguardo le sue idee.

È stata anche un valido aiuto quando la mia relazione è finita. Senza essere invasiva è stata presente. Insomma una collega ed una amica.

L’altro giorno decidiamo di prenderci un caffè all’uscita del lavoro e mentre ci raccontiamo gli ultimi avvenimenti sentimentali, lei sbatte una mano inanellata sul tavolo di metallo e sempre con il suo accento dice: tengo 40 anni, le cose sono due, o resto zitella o mi prendo un coglione.

Scoppio a ridere. E perché un coglione?

Perché le donne cazzute vogliono l’uomo cazzuto che tenga loro testa, ma gli uomini cazzuti vogliono la scemotta. Quindi a me che resta? Resta il coglione. Uno senza spina dorsale che devo comandare a bacchetta, che non abbia un minimo di iniziativa né di capacità di conversazione.

Quindi mi stai dicendo che finiresti per accontentarti?

No, ma mi tira il culo che non posso avere quello che voglio, quello che merito perché teng’a cazzimma e non mi faccio andare bene nulla che non sia alla mia altezza. A volte l’intelligenza non paga. A volte essere tutto quello che siamo, aver lottato per arrivare dove siamo arrivate, avere le esperienze che abbiamo noi, ci rende troppo sofisticate e inaccontentabili.

Raccolgo la schiuma del caffè col cucchiaino. Rifletto. Ha ragione G. Siamo delle cacacazzo infinite, spesso non vediamo il buono ma solo lo scarto di una persona perché il buono è troppo poco, non è alla nostra altezza. Dobbiamo quindi moderare le pretese, chiudere a chiave una percentuale di cazzimma, rincoglionirci un po’ vedendo qualche servizio di studio aperto per abbassare le nostre pretese e non passare da sole l’inverno? O piuttosto che diminuire l’alto livello raggiunto con amore e cazzimma, continuiamo per la nostra strada e diventiamo quelle vecchiette che a 101 anni, intervistate dal suddetto studio aperto, rivelano che il segreto della loro longevità è un bicchiere di vino rosso, una camminata e l’essere rimasta ‘signorina’?

In ogni caso adoro la parola cazzimma, intraducibile in lingua italiana ma che racchiude una vasta gamma di caratteristiche che si, io e G. abbiamo. Sono orgogliosa della mia cazzimma eppure mi piacerebbe provare a essere una persona semplice per un anno. Un anno solo. Una persona pacata, posata, accondiscendente, che si meraviglia di tutto perché parte da basse aspettative. Quanto mi piacerebbe avere desideri semplici, amori tranquilli, ferie morigerate e umili pretese.

Invece no. Sono nata palo al culo e mi sono anche evoluta come tale. Mannaggia alla cazzimma

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Le faremo sapere

Ridevo al telefono con Giuly stamattina sul fatto che la ricerca di un pretendente, per alcune di noi, sembra essere diventata una specie di ufficio di collocamento. Deve avere determinate caratteristiche fisiche: alto a sufficienza da accoglierti tra le braccia, possente abbastanza per non essere tu quella che pesa più di lui, preferibilmente con ancora i capelli e sarebbe gradito munito di membro non ridicolo.

Poi lo cerchiamo con una istruzione, che di ignoranti, porco cane, ne è pieno il mondo. Sarebbe carino avesse dei gusti simili ai nostri ma anche degli hobbies diversi, così da imparare cose nuove.

Dovrebbe poi avere un lavoro, un lavoro dignitoso e che si adatti alle tue ferie eh, altrimenti viaggiare assieme è un bordello.

Una famiglia gradevole ma non troppo presente, che gli abbia insegnato il valore di fare le cose di casa e pure ad infornare una teglia di parmigiana. Uno che non sudi mentre si sfonda di mc Donald ma neppure uno che campi di tonno al naturale o durante il ciclo ti toccherà di ingozzarti di Nutella nascosta nello sgabuzzino.

Poi che si sappia vestire, apprezzi le arti, che piaccia a mamme ed amiche. Che sappia fare lavoretti in casa (si abbiamo tutte una sindrome di Elettra legata ad un papà Aggiustatutto che non ci fa bene) e che non abbia mogli, ex fidanzate, figli al seguito, debiti, polizia e spacciatori alle calcagna. Uno che non viva alla cazzo come un hippie ma che abbia una sua organizzazione e degli amici ma neppure che ci incastri nei suoi momenti liberi dopo il fantacalcio ed il paddle. E geloso, un pizzico qb.

Uno che sappia corteggiare e non sia frigido, che sappia trombare dignitosamente senza fronzoli. E che sia empatico, insomma lo deve capire quando abbiamo le palle in giostra. Preferibilmente gattaro ( ma quello è un plus) e soprattutto, soprattuttissimo lo vogliamo intraprendente. Oh santiddio quanto ci piacciono quelle robe folli che siamo state abituate a leggere e a vedere nei film.

Quelle piccole follie quotidiane che ti fanno dire: ma davvero lo ha fatto? Che ti regalino un momento da ricordare, qualcosa da raccontare che vadano aldilà della relazione mainstream.

Un ti vengo a prendere ora e scappiamo al mare, un ho voglia di vederti perché non vieni da me anche se siamo stanchi? Una scampanellata mattutina e lui che ti lascia il caffe e un bacio, un viaggio improvvisato per il tuo compleanno. Qualcosa che serve a farti capire che è disposto a fare di più, ad inventarsi di più, a stancarsi un pelino di più.

Insomma il nostro uomo ideale deve essere più o meno come una dipendente di Elisabetta Franchi. Però chissà come mai poi finiamo a frequentare persone che di queste caratteristiche ne hanno meno della metà.

Mancanza di forza lavoro direte voi. Non si trovano mica persone così e se ci sono, sono già belle e che collocate o non stanno con voi. NO. Errore. Alla fine nonostante abbiamo una lista di necessità, di condizioni e di richieste, andiamo a sbattere la faccia per una persona che non ha il CV che vorremmo. Funziona così, funziona tutto al contrario, come la casa del cappellaio matto.

Una sera incontri uno e per tutto il tempo ti ripeti che non c’azzecca nulla con te, che probabilmente neppure ti piace, che non hai manco tutta sta voglia di rivedere e poi, non capisci come, forse una parola detta al momento giusto, o una caratteristica che ti incuriosisce o una emozione che non provavi da tempo e ti si apre una voragine allo stomaco e ti ritrovi a sorridere quando ti scrive e mentre il tuo cervello ti dice di no, la tua pancia la zittisce e si gode il momento.

Sclererai, perché se avevi una lista di qualità e necessità vuol dire che ormai alla veneranda età di 40 anni sai cosa ti serve per stare bene ma che vuoi farci. Lui sa andare oltre e ora lo devi assumere. Ha sbarellato la concorrenza, ha dimostrato fedeltà all’azienda e sei pure quasi pronta a dargli una promozione.

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Il match successivo

Da quando uso le app per conoscere persone, io come le mie amiche, ci siamo rese conto di soffrire di una sorta di bulimia. Non siamo mai soddisfatte del match fatto. Che lui ci consideri o meno, che lui sparisca o resti, che si instauri qualcosa o no, siamo sempre dell’idea che quello dopo poteva essere migliore. Il mercato vasto fa si che né le donne né gli uomini si soffermino a conoscere bene o a passare del tempo di qualità con quella persona. Se ne vedono i pregi, i difetti e si ha sempre voglia di passare avanti per vedere come è il prossimo.

Magari è migliore, magari è peggiore ma intanto si tengono tutti su un filo sottile di frequentazione senza impegno, valutando come ad una fiera bovina il miglior acquisto e tornando a casa sempre con la sensazione che quello dopo era meglio.

Questo spinge ad una abbuffata di match e di uscite per non restare mai senza. Ad un accumulo di numeri di telefono, persone ed informazioni che ci distraggono e ci fanno perdere la vera possibilità di approfondire con una persona. Anche se non è malaccio. Che se fosse stata vent’anni prima forse ci saresti anche stata ma ora, ora fai la schizzinosa, la profumiera.

Quindi ho deciso di prendere una pausa da queste app. non perché siano sbagliate o mi stavano trasformando ma perché per una volta mi voglio fermare e godermi ciò che ho davanti. E anche se quello che ho davanti non è perfetto, devo ricordarmi che non lo sono neppure io.

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Carta vince carta perde

Le sue mani suonano un pianoforte immaginario sulla mia pancia, Spotify passa nuvole bianche di Einaudi. Siamo sdraiati su uno scomodo divano letto, fa caldo, ridiamo. Non sto pensando al fatto di farmi vedere nuda, sfatta e senza trucco, non sto pensando al fatto che parto e non lo vedo per un pezzo, non sto pensando a tutte le paranoie a cui di solito penso. La testa è svuotata e mi sento serena. Addirittura penso di essere, psicologicamente, una versione migliore di quella che ero l’ultima volta che ho avuto una relazione seria.

Lui non si sbilancia tanto, io invece non riesco a frenare le cose belle che voglio dirgli ma ho anche paura. Paura di soffrire ancora, di fare ancora errori, di sbagliare ancora una volta persona. Non so se mi piace davvero o se è il meno peggio fra tanti, se è l’unico che è riuscito ad andare oltre o se davvero mi prende alla pancia ma so che mi dà piccoli baci sulla nuca e mi dice che sono bella in quel suo modo impacciato e restio. E io per la prima volta dopo tempo mi sento scema, leggera, a mio agio.

Ovviamente la bestia è in agguato, si nutre di debolezze, di gelosie, di attenzioni che se non sono alimentate portano ad una insicurezza che manda tutto a puttane. Andrà bene? Mi farà del male? Lo sopporterò? Mi innamorerò ancora? Vorrei non pensarci e godermelo ma la testa viaggia più veloce che mai, mischiando desideri e paranoie.

Intanto una nuova persona, dopo tempo, si è fermata nella mia vita e fa paura e piacere assieme. Non voglio cambiare la mia vita, stravolgerla e allo stesso tempo non vedo l’ora di spalancare la porta e fare entrare una ventata di aria fresca.

Iniziano le scommesse. Chi punta su lui cavallo vincente e chi punta su me come nuova possibile povera gabbiana?

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Felice di me

La gatta mi dorme con la zampa sulla pancia. Domani parto per le ferie. Sono tornata da un concerto dove ho finalmente cantato, dopo anni, a squarciagola. Sono andata con amici. Si ho degli amici splendidi con cui condividere bei momenti e prima ancora ho passato il weekend con lui.

Lui che mi ha già vista senza trucco, senza tacchi e con la panza in vista. Lui che mi versa il vino e mi dice che ho la pelle morbida.

Lui che è arrivato dove altri non sono riusciti ed è arrivato quando io pensavo di aver finito con le emozioni. Lui, del quale già conosco a memoria il corpo ma non ancora i pensieri. Lui scarso comunicatore ma se dice due parole mi fa arrossire. Lui che ha rimesso in moto quella macchina ingolfata che ero. Lui che siamo ancora in estate e già parla di autunno.

Lui che adesso mi fa gola e paura insieme. Ora che avevo trovato il mio solitario equilibrio e la mia conquistata libertà. Ora che avevo imparato a stare bene e a fare tante cose anche da sola. Che avevo le mie cerchie, i miei, tempi, i miei riti che non volevo più cambiare.

Lui che mi farà sicuramente girare i coglioni, lui per il quale mi metto di nuovo in gioco anche se ancora bruciano le vecchie ferite tutte, lui che, anche se mi scorticherà, ne sarà valsa la pena perché sono felice come non lo ero da un po’.

Ma non felice per lui, felice di me. Di ciò che sono diventata, di ciò che non voglio diventare più, di ciò che mi è successo e di quello che potrà succedere se un pochino il vento soffia a favore.

Felice, sì.

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Il piano B

I maschi stanno diventando bravi, lo devo ammettere. Dei grandi strateghi. Hanno capito che, se alle ragazze chiedono solo sesso, difficilmente la avranno ma non perché alle ragazze non piaccia scopare ma perché, per retaggi socio culturali, menate mentali, e film sdolcinati, noi difficilmente la diamo se non vediamo un minimo di coinvolgimento, se non c’è una sorta di prospettiva o un minimo di voglia di conoscersi meglio.

Ecco perché il maschio che riceve tanti no, affina la tecnica e fotte la preda. Egli quindi si presenterà sotto mentite spoglie, ti dirà che vuole conoscerti, ti inviterà a cena, parlerà di se e poi te la chiederà.

Al ché tu, stordita dal fatto che lui forse ha intenzioni serie, non sai che fare, da una parte cederesti, dall’altra è pur sempre la prima sera. Allora tentenni e pensi che se lui ti vuole veramente, ti aspetta.

Ma un cazzo proprio! Lui vuole la sua ricompensa e quando nonostante lui abbia a suo dire ‘corteggiato’ non ottiene la preda, il lupo esce fuori dalla veste di agnello. Ora, se è furbo inizierà a dire che il sesso è importante per conoscersi, che non si comprano scarpe senza provarle, che anche se si parte da quello non è detto che debba finire li, può nascere qualcosa e menate varie. La polla di turno ci casca e lui, volpe furba, con la fagiana in bocca sparirà quasi subito o la farà diventare una trombamica fino a quando lei, caduto il velo che le oscurava la vista, lo manderà a fanculo.

I meno scaltri invece faranno i capricci. Anzi faranno quasi una violenza psicologica. Ci daranno delle frigide, di quelle a cui non piace il sesso. Che no signora mia, senza sesso non si va da nessuna parte, ci diranno che allora a questo punto loro usciranno anche con altre, facendoci sentire inadatte, gelose, chiuse, tarate, antiche. E spariranno per poi tornare e sparire e tornare.

Ora, io sono contenta che i maschi si stiano evolvendo, però così non va bene, è uno scarico assurdo di responsabilità, come se frequentare una persona fosse paragonato al 41bis. Vogliono tutti la trombamica, una da vedere senza impegno, vogliono tutti il sesso facile, che poi manco sanno scopare. Non vogliono nulla di serio che non se la sentono, sono tutti traumatizzati. Non va bene, siamo tutti frustrati, tutti ansiosi, tutti nervosi e cattivi. Tutti che prendiamo gocce e bruxiamo la notte e sapete perché? Perché voi non scopate e non non ci sentiamo volute bene.

Ma non ci possiamo accordare e vivere sereni?

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La teoria della carbonara

Sono uscita diverse volte con S. Bellissimi appuntamenti, emozioni a fior di pelle ma per lui è abbastanza complesso andare avanti, è impaurito dalle relazioni, c’è una distanza che non aiuta e io che perdo la pazienza facilmente quando non capisco le cose, quando mi mettono i muri. Quando vedo incoerenza. S. è troppo complesso per me, troppo volubile nelle emozioni, ha un costo emotivo troppo alto.

Sono uscita mezza volta con D. Dolcissimo, interessatissimo a me, semplice e genuino e pronto. Molto pronto. Pronto ad una relazione, a conoscermi, a stupirmi. Si sente banale al mio cospetto e forse un poco lo è. È così pronto e semplice che anche qui quasi, perdo la pazienza.

Col primo non riesco a scalfire quel muro, mi sento frustrata perché vorrei essere quella che lo abbatte e non che viene abbattuta, col secondo mi sembra di essere una qualunque, era così pronto che potevo essere io, Belen o Rosa Bazzi, lui si sarebbe dichiarato comunque

Mi viene quindi un paragone alimentare.

Il primo è un piatto stellato troppo assurdo, un abbinamento incoerente, sicuramente buonissimo ma che stento a capire, che voglio assaggiare ma che mi fa paura, costa troppo ed è ostico.

Il secondo invece è un risotto pronto, di quelli che devi aggiungere acqua e scaldare. Economico, semplice, pratico. Invitante? No.

E allora noi tra i due che minchia scegliamo? Una carbonara. Una fottuta carbonara. Non è semplice ma neppure complessa, merita attenzione e cura ma non è assurda, costosa incasinata. Magari può venirti strapazzata, salata, ma la puoi ripetere, aggiustare. È genuina, conosciuta, sempre buona ma non ovvia. Ecco cosa vogliamo. Dove sta la nostra carbolove? Dove sta la nostra crema di uova che devo fare con amore? La nostra pasta al dente? La nostra piccola sfida con pochi sbattimenti ma grande soddisfazione?

Io voglio un uomo carbonara, voglio un uomo che sia pancetta e non uovo che ho passato tutta la vita a fare io da pancetta, a dare tutta me stessa in cambio di un uovo uscito dal culo. Voglio il mio amorecarbonaro. Lo desidero come un piatto di pasta al ritorno da un viaggio

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A pesca senza canna

Dovevo raccontarvi questa cosa almeno un anno fa ma forse solo ora ho smesso di ridere. Conobbi questo dottorino in un gruppo di amici che portano amici. Carino, piccolino, timidino. A modo suo mi corteggia. Mi accompagna a casa, mi racconta di se, prova a darmi teneri bacetti a mo’ di orsetto trudy.

Io so che non posso affezionarmi a lui, che non c’entra un cazzo con niente di quello che voglio per me, però c’ho tempo libero e ho voglia di vedere fino a dove arriviamo. E non arriviamo. O meglio lui arriva, io non arrivo, non arrivo manco a capire. Ma ora vi racconto

Una sera, Lui, mentre carinamente si sbatte 20 km per lasciarmi a casa, tra le tante cose, mi dice che soffre di eiaculazione precoce. Minchia, no ehm, pardon. Caspiterina. Ha 26 anni, deve essere parecchio invalidante per la sua vita sessuale. Ma mi conforta dicendo che, quando sarà, metterà una crema anestetica che lo aiuterà. Io mi sento morire ma non posso discriminarlo per questo no? È carino, puccioso, posso dargliela una occasione.( Devo uccidere la maestra di sostegno che è in me quando ha queste pensate)

Lo invito a cena dopo un mese di tentennamenti e lui si presenta con una bottiglia di vino rubata alla cantina del padre, è tenerello come un cane con tre zampette. Dopo cena, un po’ di coccole sul divano mi fanno presagire che sto facendo una cazzata. Perché tempo due baci e tre strusciamenti, i suoi pantaloni diventano una pozza umida e io faccio finta di nulla, continuo a coccolarlo mentre lui, probabilmente, muore dentro. A breve però sbadiglio e mi faccio venire sonno, insomma lo accomiato.

Lui dopo qualche settimana torna alla carica. So già che sarà un bagno di sangue ma ho preso a cuore sto ragazzetto disagiato che mi coccola in pubblico davanti agli amici mettendomi in imbarazzo totale. Siamo nuovamente a casa mia, sul letto. Nudi a fare quello che negli anni ottanta si chiamava petting. Ecco che lui si gira di spalle e nello stesso modo in cui in maniera arrogante dovrebbe strappare coi denti un preservativo, invece mette sta cremina sul pisello e mi dice di aspettare che faccia effetto. E come si aspetta? Abbracciati? Faccio una tisana? Parliamo del meteo? Boh. Va bè, faccio fare a lui. Solo che quando la crema gli ha addormentato il principino sul pisello, glielo ha addormentato in toto. Quello non viene più duro e hai voglia a stare lì a toccare e smanacciare che ti rimane tutta sta cremaccia anestetica sulle dita che poi ti tocchi tu per dargli una smossa e ti di addormenta pure la fagiana!

Il pisello è molliccio e su questo budino instabile ci deve mettere anche il preservativo. NO, MARIA IO ESCO. non posso non posssissimo. Mi rifiuto. Ci rendiamo conto che non può finire bene. Cerco di sdrammatizzare e gli do un pezzo di tiramisù ( si lo so avrei dovuto preparare un dolce diverso ma sticazzi).

Nei giorni a seguire faccio finta di nulla ma d’un tratto lui mi scrive per ‘lasciarmi’. Mi dice che lui non vuole nulla di serio e io sembro ben presa, che lui deve pensare all’università e vuole solo divertirsi, insomma vuole solo una storia di sesso e non può funzionare tra noi.

Io rimango basita perché mai al mondo avrei avuto intenzione serie con lui ma lo stesso tempo mi incazzo con lui anche solo per aver pensato ad una cosa così infame. Allora, presa da un attacco di sconcerto gli dico che, con quel pisello inutile che si ritrova, dovrebbe solo pensare a fidanzarsi con una brava ragazza di paese che non ne capisce nulla e lo accetta così come è, perché il sesso non è mestiere suo e con queste pretese non andrà di certo lontano.

Cioè questo voleva praticamente andare a pescare senza canna da pesca!!! Mio dio certe volte penso che la pusillanimita’ di certi maschi, la loro mancanza di coraggio e di impegno, li spinga davvero a pretendere cose che non possono neppure avere, tipo scopare senza cazzo.

Non mi ha più parlato. Non credo di essermene fatta un problema. Chissà che fine ha fatto lui e la sua crema anestetica.

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Il prossimo match è il migliore

Ho fatto un weekend con amiche, buon relax, bei posti, grosse risate. La sera sul divano ci siamo fatte quatto chiacchiere, tutte abbiamo usato tinder e abbiamo parlato delle nostre esperienze. Non sia mai che quattro donne si vedano e non sparlino di uomini.

Eravamo tutte consapevoli che tinder fosse una sorta di fast food delle relazioni, una sorta di spersonalizzazione delle relazioni, una sorta di supermercato delle relazioni.

Metto nel carrello quel determinato marchio di pasta in base alla mia possibilità economica, voglia o necessità del momento e se non mi piace lo cambio. Mangio velocemente un appuntamento pensando che se non mi dà le giuste vibrazioni di sazietà, domani posso mangiarne un altro, mando a fanculo uno o gli faccio Ghosting o gli mando il cazzo/ tette in foto perché tanto chi se ne frega, dall’altra parte mica c’è un essere umano.

E questo non va bene perché per quando dopo dieci minuti dall’appuntamento riusciamo a capire se quella persona va bene per noi o meno, la nostra dipendenza da match, la possibilità di averne uno migliore dopo, ci evidenzia solo i difetti e non le possibilità di quella persona. Insomma ci fa dire sì ma… Si però.

Ed ecco che finiamo ad uscire con uno diverso ogni settimana, non costruendo nulla, facendoci anche una sorta di database dentro il quale incamerare e riconoscere subito la persona al fine di poter capire che tipo è e come comportarci basato solo su pregiudizio ed esperienze negative.

Ma se ci soffermassimo di più? Se provassimo a vedere una persona per più tempo anche se non ci convince del tutto? Dimenticandoci che possiamo averne un’altra e un’altra ancora? Se la frequentassimo alla vecchia maniera? Cambierebbe qualcosa? O ci snerveremmo comunque perchè ormai non riusciamo più a reggere la responsabilità di una relazione?

Non so, non ho risposte. So solo che una di queste amiche, prendendomi un contropiede, forse facendolo apposta o forse no ma facendoci ridere tutte mi ha chiesto: ma almeno ti ricordi il colore degli occhi di quello che hai visto due settimane fa?

No, non lo ricordo. Non lo ricordo perché ne ho visti troppi? Non ci ho fatto caso? Non mi interessava? Perché?

E l’altra amica ha risposto per me: perché sei zoccola. Ecco perché! E si, è possibile anche questo.

Zoccola e bulimica di match. Arriveremo mai a saziarci? Chi lo sa. Intanto abbiamo riso, progettato viaggi e bevuto una bottiglia di buonissimo EST!EST!!EST!!!

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Nelle sue scarpe

Cammina davanti a me. Ha un fagotto lercio e delle scarpe spaccate. Barba lunga e mani sporche.
Non so da quanto tempo è in strada né so perché. Non mi interessa fare il servizio per il giornale quindi non chiedo. Mi limito a guardarlo e pensare.
Chissà come mai è in strada, se è una sua scelta o ci si è trovato. Chissà se mangia, se vive l’amore, se lo ha mai vissuto.
Privato di tutto ciò che noi siamo abituati ad avere con facilità. Chissà come si vive col cuore puro, senza desideri, senza fretta o vizi di forma.
Se solo potessi imparare da lui la lezione dell’attesa, la pazienza, la non fretta di chi non si aspetta nulla, di chi non spera e vive ogni giorno come viene. Se potessi chiudermi dentro due cartoni per un giorno apprezzerei meglio la semplicità mi spoglierei dai ruoli, scadenze che la gente mi da e che, ansiosa, spesso faccio miei.
Diventare solo affamata di pane e sorrisi.
Mi metterei nelle sue scarpe per un po’ per apprezzare una bontà che fingo solo di avere.
Fottiti mi dico, fottiti tu ed il tuo carattere di merda fatto solo di cocci di vetro che brillano una luce non tua.

Fottiti tu e la terapia che sembra funzionare ma poi resti sempre fragile e piena di disagi.

Fottiti e impara a vivere. Non a sopravvivere

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Beata ignoranza

Ma quanto era bello trai 20 e i 30 che ti fidanzavi e manco te ne accorgevi. Eri priva di sovrastrutture. Non avevi schemi e binari dentro i quali una persona doveva per forza stare. Non avevi alle spalle forti delusioni o se le avevi, eri ancora piena della famosa resilienza (no, non è solo un tatuaggio)

Non avevi tutti quei paletti che hai oggi. Ti piaceva tizio? E ci uscivi e quello che arrivava ti prendevi.

Era grande? Magro? Piccolo? Povero? Te ne sbatteva il cazzo. Godevi il momento, ragionavi con la panza. E per quanto ti prendessi inculate anche spesse, la beata ignoranza ti faceva andare avanti come un caterpillar. Non pensavi al matrimonio, alla società che non ti vuole zitella perché il pollo formato famiglia costa meno di una fettina singola per sfigati solitari. Insomma te la vivevi e come finiva si raccontava. (comu finisci si cunta. Termine siciliano per dire che una cosa va come deve andare)

Ma quando superi i 35… Quando superi i trentacinque porcccoddddue io non lo so che succede ma il tuo corpo impazzisce. Il cuore si farebbe andare bene chiunque pur di non crepare soli, la figa vuole orgasmi di qualità, la pancia vuole sentire le farfalle e la testa… Ussignur la testa. La testa è un videogame pieno di ostacoli. Alla testa non va mai bene un cazzo. Troppo così poco coli’. Meglio colà magari cosa’.

La testa, ha un database di cose che vuoi, che preferisci evitare, di cose che necessiti e ti fa fare lo slalom tra tutti quelli che conosci scartandoli tutti (tutti eccetto quelli che non ti cacano di striscio. Quelli so buoni eh. Si si.)

Alla testa non sta mai bene ncazzo e ti domandi come hai fatto a fidanzarti negli anni precedenti che ti sei presa roiti impossibili e te ne sei pure innamorata. Ma non possiamo fare che una settimana si stacca il cervello e si ragiona di pancia? Questo dannato calcolatore che ti soffoca le farfalle nello stomaco e ti fa andare a letto solo con quelli che dice lui con buona pace della gnagna che si toglie le ragnatele da sola. Non possiamo tornare ad avere vent’anni e non avere tutti questi retaggi, ansie, paure, paletti, fossati, necessità?

Che io vorrei tornare ad innamorarmi, a sentire le farfalle nello stomaco, a canticchiare scema, trasportata dâ una sensazione che vorrei facesse invidia a tutti. Vorrei stare bene essere felice, anche se per poco. Avere la voglia di vedere quella persona sempre, sentire male fisico quando esce da casa tua. Avere la necessità di sbatterla al muro ogni 15 minuti, chiamarla di notte e sapere che era lì quasi pronto a chiamarti lui. Essere cotta si. Senza stare lì a pensare che lavoro faccia o se piaccia a tua madre o meno.

Si può? Si può trovare una persona che metta d’accordo gli organi interni? Che poi, io do la colpa alla testa ma la pancia se non è serena, mica le sveglia quella fottute crisalidi.

Cupido, se mi ascolti, mi mandi qualcuno decente? Sono stata brava questo anno, me lo merito. Ho lavorato su me stessa, sono una donna migliore. Mi puoi mandare qualcuno che mi faccia perdere questa pelliccia da orsodimerda che mi è cresciuta su in questi anni? Anche se per poco.

Grazie

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Mettiamo in chiaro una cosa

Allora uomini, chiariamoci. Uomini delle chat, uomini che conosci per strada, che conosci sui social. Qualunque tipo di uomo ti stia approcciando dâ qui all’ eternità.

È finito il medioevo, non abbiamo più bisogno di giri di parole per darvela. Non c’è bisogno di scrivere sulla vostra bio di tinder che cercate una donna con la testa se poi le chiedete subito se indossa le autoreggenti, perché questo cozza con la cosa che avete appena scritto. Non perché una donna con la testa non possa indossare le balze in pizzo ma perché se dovete arrivare al cervello, per le cosce ci dovete passare dopo.

Ma così anche dal vivo eh, andate a sbandierare al mondo che voi siete seri e trovate solo zoccole e poi fissate il décolleté della ragazza che avete di fronte, giudicandola come una che si mette in mostra senza neppure averle chiesto come si chiama.

Ma la cosa più divertente signori miei, è che, se vi rispondiamo in maniera piccata, se spostiamo il focus dalla vostra battuta, richiesta, curiosità scadente, siamo delle bigotte, antiche e prevenute. (Noi eh) delle suore puritane che non capiscono che quello è un modo come un altro per conoscersi (si si)

Se invece stiamo al gioco, ammicchiamo, chiacchieriamo amabilmente degli usi e costumi sensuali, siamo gran troie, indipercui ve la dobbiamo dare subito, e non meritiamo neppure l’attenzione e l’interesse di questo homosapiens perché siamo e restiamo troie e quindi siamo buone solo a quello.

Ora. Visto che sto giochetto malato lo iniziate voi, non potete trovare una via di mezzo? E come via di mezzo intendo una strada per andare velocemente a fanculo da un bravo terapeuta che vi metta a posto il cervello? Ve lo colleghi alla bocca e pure al cazzo? Che vi assetti il fusorario con quello dell’ Italia nel 2022 e non con quello di Salem?

Perché già è difficile avere delle relazioni, se poi la metà di voi è convinto che deve attirare la donna facendo il maschio serio, illudendola sfoderando un piumaggio da gentleman per poi volere solo una cosa … Ci confondete più di un camaleonte in una vasca di Smarties.

Cheidete quello che realmente volete e nessuno si farà del male. Se volete serietà cheidete e mantenere quella, se volete la gnagna chiedete e otterrete quella. Semplice no? Arzigogolare le cose è da perdenti, disturbati, insicuri… Coglioni va’.

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Bridgerton è come tinder

Mi sono sparata due stagioni di bridgerton e seppur stucchevole come una caramella mou dentro lo zucchero filato, ho invidiato la trama romantica. Quella sensazione di pugno allo stomaco quando vedi qualcuno che ti prende totalmente e fai di tutto affinché diventi tuo e alla fine ci riesci.

Corteggiamento, timidezza, parole non dette, cavalierismi e visi arrossiti, sensualità celata e baci da togliere il fiato. Fino al coronamento della storia, fino alla conquista, fino a riuscirci!!! Da quanto tempo non ci riesco io?

Tutti quei rituali, tutti quei vestiti, tutte quelle feste, insomma bridgerton è come tinder ma coi balli. Le feste creavano l’occasione per conoscersi, scambiarsi degli sguardi, due parole, come facciamo noi col social. Il nostro caffè era la loro passeggiata con lo chaperon, il nostro appuntamento era il loro carnet dei balli. Scartarne uno, preferire l’altro fino a quando si spera, si possa trovare quello per convolare e giuste nozze. Con tinder le nozze sono decisamente più rare ma anche una frequentazione duratura non sarebbe male.

Mi manca il corteggiamento, mi manca prendermi una bella consistente cotta per qualcuno, spasimare, desiderare del tempo con lui. Si, ho invidiato le zuccherose protagoniste della serie TV. Anche io merito il mio lord ed invece mi tocca placare una gatta in calore che si lamenta e non mi fa sentire i dialoghi. Ma almeno qualcuno in calore in questa casa c’è.

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Il problema sono io

Sono uscita con una marea di persone ed in tutte loro ho trovato mille difetti, in alcune subito, in altre dopo, in alcune ancora dopo un iniziale entusiasmo, mi sono afflosciata come un palloncino che ancora ha un piccolo forellino da qualche parte.

E che non mi sta bene un cazzo, e che non sento nulla nello stomaco, è che non mi prendono di testa, è che forse ancora ho paura di soffrire e quindi deve valerne dannatamente la pena e ancora nessuno mi ha fatto scattare la molla. (O la tengo ferma io o si è ingrippata stacazzodemolla)

E sono sempre la, a ripetere rituali di conoscenza che non portano a nulla se non a piccole illusioni. Intanto attorno a me il mondo fiorisce e la gente si fidanza, per caso, per noia, perché sono più semplici di me e si accontentano o perché hanno trovato quella giusta ma io no. E non so neppure più se lo voglio. Ho imparato a stare così bene, a dipendere solo da me, a gestirmi uscite e libertà che non so se trovo spazio per qualcuno.

O forse, solamente, non ho trovato quello giusto. Ma non ci credo che dopo essere uscita con tre quarti di regione, non ce ne poteva essere uno con degli assi in mano. Dai cazzo, sii onesta cosa c’è in te che non va? Hai scritto per anni di casi umani quando il primo caso umano sei tu. E non ti nascondere dietro il volere una persona all’altezza delle tue aspettative che se ti prendesse bene, staresti davvero con uno che di quelle caratteristiche non ne ha manco mezza. Dai, davvero, che ti succede? Perché non riesci ad innamorarti come facevi anni fa? Perché non riesci ad andare avanti con una persona? Perfino ad ‘accontentarti’?

Perché preferisci la libertà di fare il cazzo che vuoi ad un tentativo, anche al perderci la faccia e provare a dire ad una persona di affezionarvi? Perché al secondo mese di frequentazione ti fai venire la nausea? Perché ti passa la voglia e dopo un po’ vuoi sostituirlo con qualcuno di nuovo, nella speranza che forse il prossimo ti prenda. E così in loop.

Ti annoi e preferisci gli amici, non hai voglia e preferisci Netflix e lo sapevi che saresti diventata un orso eppure non ti arrendi e dentro di te ci speri che prima o poi arrivi quello per cui valga la pena.

E intanto sposti la soglia per accontentarsi di uno qualunque attorno ai 50.

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Poli amore o poli trauma? Vol 1

Ho già scritto anni fa di poliamore ma ero veramente ignorante in materia, avevo visto un servizio del programma le Iene e mi sembrava un modo così lontano dal mio che lo guardavo come si guarda una bestiola allo zoo. Ora invece il poliamore è una solida realtà, la novità del post pandemia, un nuovo tipo di gestire le relazioni.

Dopo anni, anzi secoli, durante i quali la monogamia obbligata dâ chiesa e dettami morali, ha imperato, dopo anni in cui il tradimento era condannato o contemplato solo per il maschio terrone talmente macho da non poter possedere una sola donna, i sentimenti, le relazioni, la gestione di un amore, hanno cambiato registro.

La coppia non esiste più. La relazione monogama non esiste più. Non si può più pensare di passare tutta la vita accanto ad una sola persona, non è più concepibile limitarsi ad amare un solo amore, non siamo fatti per restare vincolati ad un solo cuore, una sola vagina, un solo pene. Siamo fatti per intessere più relazioni, parallele e contemporanee e tutto alla luce del sole.

Tanto, se è vero che tutti nella vita tradiscono, almeno questo è un tradimento contemplato, condiviso, una sorta di arricchimento. Almeno così dicono. Io purtroppo faccio parte della generazione fluida solo in una piccola percentuale, accetto ogni forma di amore ma ancora legato alla diade. Sono fluida ma ancora 2.0 non riesco ad andare oltre. Sono forse borghese o vecchia ma non mi riesco ad immaginare in una relazione poliamorosa dove tutti sanno di tutti, dove la mia persona, quello che ho scelto come compagno di vita, vada con un’altra o anche un altro. Ma non solo a letto, poliamore non è mero sesso. Non potrei mai pensare che si innamori, voglia bene, viaggi, aiuti a portare i sacchetti della spesa ad una che non sono io.

Entrerei in competizione, vivrei male la separazione, diventerei ipercontrollante ma questo è un problema mio. Un mio bug nella mentalità aperta che ho. Uno strascico di non si deve e non si fa che ancora mi porto dietro, un retaggio di religione e monogamia che poi in realtà poco rispetto.

Mi sono documentata, ho conosciuto persone poliamorose, le ho interrogate, le ho osservate e non ho capito se fossero felici. Se fossero arricchite o se fosse solo lo sdoganamento di un tradimento, se fosse solo un modo per non prendersi la totale responsabilità di una relazione, della felicità dell’altra persona. Se fosse solo una scusa dietro cui nascondere insicurezza, paura di sbagliare, incapacità di amare, bulimia dâ emozioni.

A breve uscirò con una ragazzo POLIAMOROSO, lui ha una ragazza da due anni e a sua volta lei vede da poco un tipo. Io non credo di essere tagliata per la ‘condivisione’ ma voglio capire cosa si prova, come ci si sente. Voglio studiare la filosofia di estrema libertà (o paraculaggine) che si nasconde dietro il poliamore. Se veramente tutte le persone coinvolte sono rispettate, se veramente è una nuova versione delle relazioni, se veramente funziona o è solo un nuovo modo di difendersi dalla paura di legami travestito dal marketing moderno della fluidità poliamorosa.

Stay tuned

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Passa il tempo ma tu no

Dopo anni ho guardato il tuo profilo Instagram, ho visto che stai con un’altra, che sorridi nelle foto con lei, che hai fatto con lei, cose che avevi promesso a me, che forse la ami.

Ho avuto la nausea.

Credo di doverti dire che cerco di essere civile ma che non lo vorrei essere. Che vorrei vederti soffrire e piangere ed implorare il perdono che non ti darei. Il dolore che mi hai causato, la delusione infinita e la perdita di una persona in cui credevo e a cui avevo dato tutto, mi hanno resa fragile ed immobile così tanto che tu neanche lo immagini. Tu hai avuto tempo di elaborare la tua separazione da me mentre intanto mi illudevi che andava tutto bene e mi mettevi le corna. Mi hai illuso fino all’ultimo e non mi hai mai detto il perché di ogni tua assurda decisione. Non hai mai comunicato il tuo disagio, i tuoi problemi o tutti quelli che dicevi ti creavo io. Ci hai definito coppia incasinata ma i casini li sapevi solo tu. Sei scappato come un topo lasciandomi nella merda più totale.
Eri la persona più importante della mia vita e te ne sei andato creandomi un dolore assurdo, una ferita aperta profonda e una sfiducia totale nei confronti di chiunque.
Ti sei portato via la mia dignità, il mio benessere, la mia gioia, il mio amore e mi hai dato indietro solo sgomento. Perché ancora per me è impensabile che tu sia uscito dalla mia vita. Una parte di me lo trova assurdo. Eravamo belli noi e felici noi, avevamo tutto e non ci mancava nulla. Eravamo orgogliosi della nostra casa e i nostri lavori, i nostri viaggi e di ciò che eravamo riusciti a fare con nulla. Eravamo diventati grandi insieme.
Ti ho dato tutto quello che avevo e ti ho amato sopra ogni cosa. E ancora devo capire in cambio cosa ho avuto. Se mi hai mai voluta bene, rispettata, se ci hai mai davvero provato o ti sei solo lasciato trascinare dalla corrente per poi scappare gettandomi addosso tutte le colpe. Le mie e le tue. Io non credo di poterti mai perdonare e ti odio davvero con tutte le mie forze. Sto cercando di fare sì che tu mi faccia schifo, che io possa detestarti perché mi hai rovinato la vita.
Sei stato tossico e mi dispiace perché prima eri ‘vita’ .
Ho preso tempo per scriverti questo messaggio perché qualunque cosa ti dica ho visto che alimenta ancora il tuo narcisismo ma onestamente non me ne frega un cazzo. Non me ne frega più un cazzo. Io risorgo da queste ceneri come ho sempre fatto. E non mi frega un cazzo se mi hai reso la vita impossibile, se mi giudichi sbagliata.
Sei una persona piccola che cerca di farsi grande rendendo le altre persone infime. Spero che tu possa subire quello che ho subito io, spero che una persona se ne vada con la tua pelle tra le dita e ti costringa a fare i conti con te stesso.
Solo così potrai capire forse un decimo di quello che tu hai fatto a me. Hai cercato di rovinare le mie amicizie ed il mio lavoro. Hai cercato di rovinare la mia autostima e tutta la felicità che avevo addosso. Sei uno schifo di persona e dove vedevo il bello ora vedo malattia. Dove vedevo amore ora vedo ignavia, dove vedevo le tue lacrime e credevo fossero ripensamento ora vedo disagio, sdegno.
Mi fai schifo. Ma non rimpiango un solo giorno con te anzi, forse un bel mattino ti ringrazierò perché ho scavato così tanto a causa tua, che posso solo risalire migliore da questa fogna. Ho aperto il tuo armadio e ho lasciato che il tuo odore andasse via, ho usato la tua tazza per berci il mio caffè e ho messo le tue cose in cantina. Devo vivere il tuo vuoto o non sarò mai piena, devo vivere il tuo lutto o non sarò mai viva.

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Una festa da ragazzini

Torno a casa di fretta ma una scena mi costringe a fermarmi e osservare qualcosa che sta per succedere.
Due ragazzine uscite da scuola si spruzzano il profumo sul collo e si accorciano la maglia sulla pancia prima di correre all’appuntamento con i due ragazzi che probabilmente sono quelli che le stanno aspettando imbarazzati all’angolo. Hanno una rosa in mano e si sfottono l’uno con l’altro per darsi coraggio.
Cazzo, è San Valentino.
Una festa che per me ha perso valore da quando sono diventata adulta, da quando la testa ha preso il posto del cuore, da quando ho stabilito che i sentimenti sono roba da ragazzine romantiche e io sono una donna forte.
Difatti San Valentino è una festa che si meritano solo i giovani, quelli che oggi cercheranno un posto isolato dove potersi amare, quello che oggi ruberanno un’ora al coprifuoco della mamma per restare più vicini, quelli che mangeranno al MC Donald tenendosi la mano, quelli che sorrideranno al messaggino pieno di cuoricini sul cellulare. Quelli che torneranno a casa con il sorriso scemo e a quelli che non ci vogliono tornare per non staccarsi dalle labbra dell’altro.
San Valentino è per i giovani che si compreranno i baci perugina e il peluches a forma di orsetto e si emozioneranno e suderanno e si abbracceranno promettendosi l’amore eterno dell’ adolescenza, quello che farà male ma che sarà il più puro della loro vita. Quello che si sente solo in pancia.
Per noi, per noi che ci mettiamo la testa nei sentimenti, San Valentino è una festa ipocrita e consumistica, per noi amanti vecchi e consumati, San Valentino non ha più valore, anzi ci sembra quasi un circo ridicolo.
E poi con tutte questi cambiamenti che sta subendo la parola ‘relazione’ come posso arrogarmi il diritto di festeggiare un giorno che è per i puri di cuore?
Trombamicizia, relazione aperta, frequentazione. Tutte queste ciniche e paurose declinazioni che prevedono troppa testa e poco cuore forse non meritano la delicatezza di una festa che fa tornare a casa col batticuore.
La mia generazione è diventata atea di sentimenti mentre i ragazzi pregano fortemente ancora il santo patrono delle emozioni.

Buona festa degli innamorati.

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Curriculum amoroso

Io non volevo imparare a stare da sola, a cavarmela da sola, a viaggiare da sola, a stare bene con me stessa. Non volevo perché lo sapevo che mi sarebbe piaciuto. Mi sarebbe piaciuto avere tempo per me, fare quello che avevo sempre voluto, scegliere per me stessa e questo mi ha reso più forte, più consapevole più indipendente e adesso mi ritrovo ad avere un curriculum troppo specializzato per accontentarmi.

Non solo, le esperienze sentimentali pregresse, esattamente come quelle lavorative, fanno si che io sia altamente discriminante nella selezione.

Non ho più paura di avere la lista bianca, vuota, di non avere più nessuno con cui uscire, non ho più paura a dire di no, ad accomiatare la gente o a distaccarmi.

Ecco però che non mi sta bene un cazzo. Non mi sta mai bene un cazzo, non sento le farfalle e ogni persona, per quanto mi sforzi e attenda, non mi prende come dovrebbe. Sembra che ci siamo quasi, sembriamo lì lì per aver trovato quello giusto …ma poi …ma poi no. Come quando c’è la neve ed è tutto poetico, ma poi di scioglie e si vede la fanghiglia.

Come se poi non avessi anche io la fanghiglia eh, come se potessi giudicare, dall’alto delle mie palesi difficoltà. Eppure mi scogliono facile, voglio attendere e vedere ma mi secca attendere e vedere, voglio una persona ma voglio stare anche senza, voglio innamorarmi e ne ho paura. E non c’è mai nessuno che mi stia bene. E se gli altri mi fanno notare le cose belle io ce le vedo brutte e se mi fanno notare quelle brutte io le vedo accettabili.

Insomma, tutte le cicatrici mi hanno reso la pelle dura da trapassare e tutti i pensieri che si muovono nella mia testa mi rendono le idee sempre diverse e sempre confuse. E alla fine? Per quanto stia cambiando, per quanto io mi piaccia di più, mi preferivo prima. Un rincoglionito struzzo a forma di felice Pollyanna che non si accorgeva di nulla e ficcava la testa sotto la sabbia. Prendeva il buono e campava serena fino al prossimo incidente di percorso.

Per dirla in maniera classista (non me ne vogliate) vorrei rinascere come una persona che ha la terza media e trova un discretuccio posto di lavoro. Io, adesso, è come se dovessi collocare per un posto di lavoro dove serve un dottorato ad Harvard e attorno a me vedessi solo diplomi serali.

Io non volevo imparare a volermi bene. È fastidioso.

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I re magi

Sto uscendo con tre ragazzi diversi mi dice, uno corre troppo e mi fa paura, uno corre poco e mi fa stare in stallo e ne cerco sempre un terzo che sia quello giusto, quella via di mezzo, quello che ha il giusto equilibrio quello con cui impazzire d’amore e non avere strategie varie, quello cui cui posso essere me stessa e che mi dica che abbia voglia di vedermi anche senza appuntamento!

Perché vedi il primo? Perché è stabilità. Perché è una brava persona e sarebbe disposto a prendermi così spasciata come sono. E cosa ha che non va? Corre, e forse è troppo adulto e posato per me.

E perché vedi il secondo? Perché sa farmi fare le cose con calma, perché detta dei giusti ritmi di conoscenza. E cosa ha che non va? È tirchio ed è troppo lento, finiremo impantanati.

E il terzo? Il terzo cambia sempre. Cerco quello giusto senza mollare i primi due, ma senza poi volerli del tutto, o conoscerli del tutto o lanciarmi del tutto, sapendo che saranno comunque fallimentari. Cerco il terzo per mollarli una volta trovato quello che dico io.

E come è quello che dici tu? Quello che dico io deve avere tutto! Tutte le caratteristiche migliori dei tre, e deve essere così giusto che ce ne accorgiamo subito entrambi!

Ma non hai pensato che devi accontentarti? Che non puoi avere tutto? Che è come chiedere ai re magi di fare portare tutto a Baldassarre? Ognuno di loro ha una cosa diversa, devi capire cosa ti piace e tenertene una! Ti piace la mirra? Tieniti solo quella, non importa se poi quello con la mirra ha qualcosa che non ti sta bene! Devi accontentarti. Ma non perché l’orologio biologico ticchetta o perché devo metterti l’ansia sociale o perché non meriti il meglio. Ma perché non puoi avere né i tre Re magi né tutti i regali da uno.

Scegli. Dagli e datti tempo. Magari quello che non ti piace poi ti piacerà o magari sarà un fallimento. Pazienza. Così è come andare al ristorante mangiare tanto sì, ma alzarsi sempre con la fame perché cerchi qualcosa che non è sul menù. E cambi sempre ristorante e non sei mai contenta. Vivi delusa.

Si sono perennemente delusa, le relazioni mi deludono.

E allora basta cercarle. Basta aspettare i re magi, basta mangiare in ristoranti e alzarsi con la fame. Basta cazzo. Sono due anni che fai sempre la stessa menata? Se cerchi e non trovi perché non pensi di smettere di cercare? Basta.

Basta?

Basta!

E a questi che gli dico ? A Baldassarre e Melchiorre? Posso lasciare loro e prendermi solo Gaspare? Un Gaspare diverso fino a trovare quello giusto?

No. Perché non sei pronta tu e nessun Gaspare sarà mai giusto. Prenditi piuttosto San Giuseppe e vai a fare shopping che sicuro quello, dopo ciò che gli è successo, ha bisogno di parlare.

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I viaggi sono il mio nuovo tinder

Ho una nuova dipendenza: i viaggi. O meglio l’ho sempre avuta ma ora è diventata una droga. Come prima cercavo su tinder il maschio potenzialmente perfetto, quello che potesse farmi felice, che potesse essere in sintonia con me, con il quale condividere un percorso di vita e non me ne bastava mai uno, dovevo sempre avere l’attenzione di più persone addosso, ora lo faccio coi viaggi.

Leggermente più costosa come dipendenza e a tempo di pandemia anche più rischiosa ma soddisfacente. Un viaggio non ti delude, un viaggio non ti tradisce, un viaggio non ti deve richiamare il giorno dopo. Il viaggio ti fa godere senza pretendere. E sei tu che paghi senza giri noiosi di galanteria. Paghi e sei felice. E sei tu che vai dal viaggio e te lo costruisci come meglio ti pare. E sai che è un amore veloce, una scopata fugace che ti resta nel cuore, negli occhi e nella memoria del telefono.

Non faccio a tempo a finirne uno che sto già programmando l’altro, devo avere sempre l’applicazione Rayanair piena di voli comprati e quando si avvicina la partenza, sento i brividi come quando mi preparo per un primo appuntamento. Scelgo con cura i vestiti e gli accessori, penso a cosa posso mangiare e a chi posso portare un souvenir.

Insomma, ho sublimato il mio bisogno di amore, coi viaggi. E parto coi miei, con amici, con sconosciuti e pure da sola. Una sorta di zoccola di viaggio che va col primo che passa. Ed è bello. Molto molto bello. E in viaggio sono sempre felice anche se torno a casa povera grassa e stanca.

Si guardare maps e decidere dove andare è decisamente meglio di stare su tinder a mettere cuori.

Scritto dalla mia stanza di hotel con vista su Ferrara mentre ho le mani unte di tigella e mortadella.

Godo

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Il secondo gatto

La casa è silenziosa, entrano ed escono amici, amanti, corrieri Amazon e da poco anche un nuovo gatto. Ma quando tutti vanno via, la casa è silenziosa, nessuno resta. Nessuno a darmi il buongiorno, a dirmi amore sei tornata. La casa è vuota. E si, esco e parto quando voglio, mangio e dormo dove mi pare, ho tutta la libertà che non ho mai avuto ma a che prezzo se poi non me la so godere? Se non so bastare a me stessa? Se sono sempre in polemica con gli amici, con la famiglia, se non mi piace nessuno di quelli con cui esco e se per caso mi piacciono li faccio scappare?

Come me la godo questa libertà che voglio amare, questa solitudine che sto imparando ad apprezzare se ho paura di restare sola? Se mi devo circondare di rumore e persone ed esperienze fino allo sfinimento, come se dovessi ingozzarmi di tutto prima di trovare l’amore della mia vita e non mangiare più. Come se dovessi fagocitare la libertà prima di perderla. E nonostante con una mano mi strafoghi di libertà, con l’altra cerco il vincolo, l’amore, una persona adatta a me. E se avessi una terza mano la userei per asciugare il sudore della paura. Paura che mi fa il restare sola, paura che non mi fa trovare una relazione. Paura che sento anche quando qualcuno si approccia a me.

Sono arrivata a quel punto a cui non volevo arrivare, al punto in cui ho paura. Paura di non amare più, di restare sola che, ora è fico ma poi… Paura di accontentarmi, paura di soffrire ancora, paura di non piacere mai più a nessuno. Eppure, ho appena finito una serie tv dove l’amore della vita di lei, muore. Muore e la lascia sola. E la merda succede, succede a tutti e magari io non sono una dî quelle che è capace di stare in coppia, non sono programmata per sposarmi ed avere figli, magari me lo hanno solo inculcato ma non è la mia strada e io mi sto disperano per una cosa che non è nella mia natura, per una cosa che voglio perché la vedo agli altri.

Intanto la casa è silenziosa, qualcosa mi manca e no, non era il secondo gatto. In ogni persona che conosco cerco l’uomo giusto e ogni volta resto con l’amaro in bocca, la paura, la casa vuota ed un gatto in più.

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Senza macchia né paura

Allert: Questo post l’ho scritto a settembre 2020 ma solo ora ho avuto voglia di postarlo.

Quando dico che la mia vita è un cartone animato, spesso la gente non mi crede ma ogni giorno ringrazio o piango (a seconda delle occasioni) per il fatto di ricevere assurdi momenti che la rendono unica. Lui è arrivato per caso come tutte quelle cose che sono assurde e belle, una amica che mi dice : dai parla con lui che con le parole ci sa fare… E io ci parlo, senza sapere il nome, la città, l’età. Parlo e mi racconto ad un perfetto sconosciuto che, con una maieutica socratica, fa uscire da me il bello ed il brutto, come un amica a cui racconti tutto ma che non ti deve dire sì per forza, come un amico gay che ti mette brutalmente a contatto con la realtà. Gli parlo senza sapere neppure chi è e mi viene naturale. Parliamo di tutto ci mettiamo a nudo come paziente e terapeuta e lui diventa balsamo sulle ferite. Sprone e coccola, incitamento e briglia, abbraccio caldo e buffetto sul collo. Lui si presenta come un cavaliere senza macchia e senza paura che aiuta le donzelle in difficoltà, è il suo compito, le ascolta, le fa parlarle, le legge come un libro aperto e le motiva come un personal trainer. È anche lui un sopravvissuto, uno che si è lasciato dopo anni. Uno che si sta ricostruendo. Ma di se parla poco. Cura me, come se fosse un terapeuta, come se non avesse altro da fare. Presente come un fidanzato e severo come una amica. Ci incontriamo dal vivo ed è anche bello il giusto, ridiamo, scherziamo, passeggiamo e mi paga la cena e mi bacia. Un bacio bello, appassionato, da brividi lungo la schiena. Non mi faccio voli pindarici, abitiamo in posto diversi, abbiamo età diversi e siamo ancora macerie di persone. Però lui mi sa prendere e a me intriga. In ogni caso, nonostante dorma da me, si mette sul divano a dormire e non mi chiede altro. Anzi me lo dice proprio.

Io e te ci perderemo e lo sappiamo. Ci siamo incontrati per curarci l’un l’altro, per evitare problemi ci fermiamo qua, il mio compito era aiutarti a sentirti migliore, bella, ancora piena di speranza. E tu lo hai fatto con me. Restiamo in buoni rapporti e non ci complichiamo. Io sono il tuo cavaliere dalla lucente armatura.

Quando ci siamo salutati, il giorno dopo, ero frustrata, avevo pianto, mi sentivo rifiutata, ero triste, in realtà stavo solo sfogando tutta la rabbia che avevo ancora per il mio ex. La stavo proiettando in lui, in lui che non restava, che non mi voleva fino in fondo. Lo accusavo di essere venuto a casa mia a fare lo psicologo non richiesto, a sfoggiare le sue competenze di conquistatore.

Poi, chissà come, forse per un miracolo o forse perché doveva andare così, è stato come se lui mi avesse sbloccato un livello. Mi sono sentita serena, leggermente meglio, uno step avanti nel processo che mi avrebbe portata alla ricostruzione di me stessa. Ancora lo ringrazio, anche se ci siamo persi un po’, esattamente come previsto.

Grazie cavaliere dalla lucente armatura. Forse ti è andata di culo o forse sai fare davvero il tuo lavoro da salva fanciulle, non importa.

Sei stato un tassello fondamentale della mia rinascita.

Grazie

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Ligabue, le sottane e me

Ligabue era un pittore sopra le righe, un uomo con delle disabilità intellettive e sociali che viveva di espedienti e dipingeva capolavori. Che imitava e si comportava come gli animali che dipingeva. Viveva come un barbone e se faceva due soldi li sperperava in moto. Non ebbe mai l’affetto di una donna, che possa essere la madre o una compagna, indossava le sottovesti di una amica per diventare per qualche momento una donna e coccolarsi. Prendersi cura di se stesso come avrebbe fatto la moglie che non aveva. Era brutto Ligabue, selvaggio, spiantato, nessuna lo voleva.

Quando ho letto questa storia mi sono commossa. Era così forte la solitudine da indossare vestiti da donna per calmare la sua fame di affetto, di amore, di anime. Chissà in quanti siamo così al mondo, soli, reietti, che sublimiamo amori e ci illudiamo.

Chissa quanti di noi invece hanno grandi amori e non sanno viversi il momento, non sanno gestirlo e lo perdono. Quanti di questi hanno tutto ma vogliono altro perché non basta mai.

Chissa quanti invece non cercano più perché hanno paura, paura di cascarci ancora, di dare senza avere, di soffrire ancora.

Quante vite sprecate senza il giusto affetto.

Chissà se Ligabue avesse dipinto altro se avesse avuto una fidanzata, se si fosse trovato un lavoro stabile e non avesse dipinto affatto.

Le nostre vite girano attorno all’amore, che è ciò che move il sole e le altre stelle ma non è che magari è un po’ sopravvalutato e ci basta una sottana dâ notte un paio d’ore ?

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Troppo

Dobbiamo fare troppo
Dobbiamo viaggiare troppo

Dobbiamo farci vedere troppo impegnati per rispondere, per fare capire che siamo troppo in carriera, che abbiamo troppi amici, troppi impegni.

Dobbiamo fare troppi soldi, provare troppi ristoranti.

La mia generazione è la generazione del troppo, tesa tra il posto fisso ed il buon matrimonio degli anni ottanta e la vita fluida della nuova società.

La mia è una generazione in crisi, mai contenta con nulla, mai soddisfatta di nulla e mai apprezzata in nulla. Siamo quelli a cui il boom economico ha lasciato un ambiente malsano e quelli che vanno dallo psicologo a curare i mali di una famiglia impreparata ad averci. Quelli che hanno il tempo indeterminato e vogliono lasciare tutto e scappare e ovviamente, quelli criticati per aver lasciato tutto. Quelli che ancora pensano che avete una famiglia sia il passo giusto e quelli che divorziano alla velocità della luce.

Incasinati nei sentimenti e nelle relazioni, incapaci di avere una affettività duratura. Tesi tra il messaggio di WhatsApp e la necessità di parlare a tu per tu. Pigri eppure sempre in palestra.

Siamo la generazione sbagliata. Siamo l’anello rotto della catena. E io personalmente me ne andrei a vivere nel 1800 dove dovevo solo imparare a ricamare e se mi andava di culo mi sposavo uno di pari rango mio senza farmi troppe menate. Sfornavo figli e mi facevo andare bene quella sorta di felicità. Adesso ho troppi stimoli per capire cosa è giusto per me. Sto amando stare da sola, è stato uno degli anni più ricchi della mia vita, mi spaventa una nuova relazione eppure, eppure la cerco continuamente, scartando e venendo scartata come se fossimo bimbi spartani storpi.

Dove è il mio posto nel mondo? Sento che il mio tempo sta per terminare, sento il ticchettio della sveglia di capitan uncino. Mi sento come quel panetto di seitan in scadenza che ho nel frigo. Che compro sempre perché voglio avere una alimentazione variegata ma che mi secca mangiare e quindi lo tengo la, e lo mangio sempre un giorno prima della scadenza. Ci sarà qualcuno che mi salverà dalla pattumiera un giorno prima della mia scadenza?

Ah no vero, sono la generazione che si deve salvare da sola.

Machecaz

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Vai a scintillare più in la

Sono circa quattro appartamenti (diluiti nel tempo) durante i quali, quattro persone diverse mi hanno detto che con me non è scattata la scintilla.

Sono carina, interessante, intelligente, divertente ma… Ma la voglia di andare avanti non c’è. Non gli faccio scattare la scintilla. Quella scintilla che dovrebbe farli appassionare, intrigare, fremere.

Tutti mi hanno baciata, anche desiderata, alcuni mi hanno portata a letto ed altri no. Alcuni erano più piccoli, altri pari età, di cultura ed estrazione sociale diversa. Quindi l’unico elemento in comune ero io.

Io sono quella che, per qualche strano mistero, motivazione, atteggiamento, non fa scoccare scintille. In nessuno, perfino in quelli che mi riempiono di parole belle.

E come si fa a fare scoccare questa scintilla? Quali sono le mosse? Le strategie? I filtri e le pozioni? Dove sbaglio? Perché non è possibile che nessuno voglia rimanere, voglia provarci, voglia andare avanti. Non è possibile che a nessuno scatti questa scintilla. Non è possibile che vedano solo la mia parte fisica e non una persona su cui investire. Che non gli piaccia nulla di me che li faccia provare a restare.

Per carità anche a me capita che non scatti con persone apparentemente perfette ma io conosco i motivi che non mi permettono di prendermi di qualcuno, vorrei sapere quali sono i motivi che non permettono agli altri di prendersi di me, e magari, aggiustare il tiro o semplicemente mandarli a fangulo

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Romanticismo e serie tv

Sul treno che mi riporta a Torino ho partorito un’ idea. Siamo la generazione delle serie TV. Non riusciamo più a guardare tanti film perché sono lunghi ed impegnativi. La serie invece è breve, ti da una botta di adrenalina subito, la puoi spezzare e riprendere ogni volta che vuoi o farci un’unica tirata e poi passare ad un’altra.

E così siamo con le relazioni. Le relazioni ci annoiano, ci fanno paura, sono lunghe ed impegnative come i film e noi non abbiamo tempo, abbiamo bisogno di tutto e subito, di colpi di scena ad ogni puntata.

La mia dipendenza da serie TV è iniziata da quando sono single.

Da quando sono sola viaggio un sacco. Da quando sono sola ho tanti amici ed esco sempre. Da quando sono sola mangio quando voglio e spendo i soldi come mi pare. Da quando sono sola mi faccio grandi scopate e grosse risate. Da quando sono sola ho fatto molte esperienze. Ma una cosa mi manca. Mi manca la parte romantica di tutto. Ho perso la poesia che sta dietro ogni cosa. Incastro tutti gli impegni come fossero tetris per non perdermi mai nulla. Incastro gli uomini con le uscite che ho con gli amici e le cose che devo fare per lavoro. Non capisco più se li voglio vedere o se li devo vedere.

Mi manca il canticchiare felice perché qualcuno mi sta corteggiando ed io ricambio, mi manca il batticuore quando devo vedere qualcuno che mi piace. Mi mancano quei momenti dolci e romantici che non sono più abituata a fare e ricevere e che spesso nelle relazioni mordi e fuggi non si hanno. Mi manca il dire ad una persona che ho voglia di vederla senza incappare in duemila paranoie. Mi mancano quei baci mozzafiato e l’amore fatto in piedi sulle porte ma che non finisca la. Mi manca la scelta di una canzone dolce da dedicare e il corteggiamento puro e intenso. Mi mancano gli sguardi che fanno arrossire e quelle dannate farfalle nello stomaco. Mi manca raccontare alle amiche mie che stavolta potrebbe essere quello giusto e vivermela. Vivermela intensamente ed essere ricambiata.

Invece vivo le relazioni solo con la curiosità di capire da dove e quando arriva la fregatura, la vivo come se fosse un alienante gesto ripetuto. Senza anima. Forse sono satura di appuntamenti, di persone, di delusioni e forse non faccio in modo di ottenere ciò che voglio. Oppure trovo gente che di romanticismo non ne ha e non ne vuole.

Eppure ho capito che quello che mi manca è proprio lo spirito romantico delle cose. E che ho paura a mostrare questo mio lato che mi rende dolce e vulnerabile. Esattamente come avrei paura se dicessi che adoro i lunghi film polacchi in lingua originale e detesto Gomorra.

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Con-vento

Questa estate sono stata in Polonia con due amiche, abbiamo girato in lungo ed in largo e l’ultimo giorno siamo state ai campi di concentramento. Un giorno complesso, una visita pesante che volevamo e dovevamo fare.

Durante la visita, guidata da una signora polacca anziana ma cazzuta, si uniscono a noi 5 suore che avevano un’età tra o 20 e i 38. Destano subito la nostra curiosità e cominciamo a domandare.

Erano suore di clausura alla loro ultima uscita prima dei voti ufficiali. ( Be’ giusto una gitarella macabra come ultimo sguardo verso il mondo)

Avevano uno sguardo dolce e beato, non una ruga, anche quelle con l’età uguale alla mia, non una perturbazione, non un pensiero che le rabbuiasse. Iniziamo a scherzare sull’argomento e ci dicono che non avere i pensieri d’amore, le paturnie della vita ‘comune’, le menate sentimentali che ti logorano dâ dentro, sicuramente le aiuta a mantenere un aspetto giovane.

Il loro unico amore è Dio, un amore che sentono ricambiato e che non ha bisogno di messaggini, appuntamenti, litigate e sofferenze. Un amore puro.

Le ho invidiate per questo totale disinteresse alla vita amorosa che si, il più delle volte è un devasto, una corrosione, una pena che ci invecchia e imbruttisce.

E me le sono immaginate mentre zappano un orto serene e canticchiano inni, cucinano biscotti e aiutano i poverelli. Che se fossi solo leggermente più religiosa…

Del resto oh, ogni maschio che sto incontrando è un passo verso il convento.

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E tu come la chiami?

Libertà o solitudine?

Sono andata a fare un weekend con amici, eravamo in sette. Due di loro hanno iniziato a frequentarsi da un po’. Erano sdolcinati e stucchevoli, una coppietta dolce proprio agli albori.

Altri due invece si ronzano intorno da un po’, si stuzzicano e si allontanano, non si capisce se sono fatti per stare assieme o no.

In ogni caso ho due amiche in questa comitiva ed entrambe avevo qualcuno a cui fare effusioni. E questa cosa mi ha scombussolata.

Da una parte ero gelosa, gelosa delle mie amiche, gelosa del fatto che avessero qualcuno a cui dare attenzioni e a loro volta qualcuno che gliele desse.

Invidiosa del loro parlare fitto fitto con questi ragazzi. Mi sono quasi fatta cambiare il mood di viaggio da questa cosa. Io non avevo nessuno con cui fare la piccioncina, a cui tenere la mano nonostante la tenessi ad entrambi gli altri due amici rimasti.

Eppure, per quando mi sentissi infastidita, mi sentivo anche libera. Libera di non aspettare il ragazzo di turno, libera di essere me stessa, di girare in reggiseno senza far geloso nessuno, di parlare e fare esattamente quello che volessi. Libera di fare battutacce, libera di essere SOLA. Una cosa che mesi fa non avrei accettato.

Per quanto mi manchino le attenzioni da coppia, per quando sia ‘invidiosa’ della felicità altrui, forse ancora non sono così pronta a mettermi in gioco come credo, forse sto veramente iniziando a godere ora della mia beata solitudine anche se mi fa paura. Una paura fottuta. Anche se mi vergogno a non avere nessuno perché mi fa passare per la sfigata di turno, quella bruttina senza uno spasimante.

Si lo so, è un retaggio mio, una dannata tara ma è difficilissimo da togliere. Per quanto stia desiderando anche io una complicità, per quanto anche io vorrei sfoggiare un nuovo compagno, un uomo che rappresenti il fatto che ancora qualcuno mi si piglia nonostante il carattere di merda che ho, l’idea di ricominciare da capo, la fatica di un rapporto di coppia, la stanchezza lasciatami dall’ultima relazione, non riesco a cancellarle e mi spingono fortemente verso una bellissima libertà. Ora capisco quegli uomini che stanno bene soli e non cercano nulla.

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Big bang theory, il sesso e mia nonna

Sono uscita con questo tipo due volte, la terza mi invita a casa sua. Ci vado. Sticazzi. Non vedo una minchia da mesi. Ho voglia. Voglia di contatto umano, di coccole, di una sacrosanta scopata. Manco mi ricordo più come si fa.

Mi accoglie in casa e nella TV enorme 5674 pollici sta vedendo big bang theory, mi metto comoda e lo vediamo assieme. Sa le battute a memoria, poi orgoglioso mi apre il frigo dove ha tutto etichettato ed organizzato per scomparti e elenca cosa ha per appuntare un aperitivo per accompagnare la birra che ho portato. Mi sembra leggermente Asperger ma del resto anche io lo sono un po’.

Si sdraia sul divano anche lui, baci, coccole, carezze, non se lo aspettava (me lo conferma dopo) ma finiamo per farlo. Non se la cava male, un po’ troppo movimentato per i miei gusti ma gradevole. La durata è quella giusta. Vengo. Viene. Si sposta, si alza. Commenta soddisfatto.

Poi vede il divano bagnato, prende il panno spugna e lo pulisce, mentre che c’è, strizza il panno spugna e dà una passata anche al bancone penisola dove è rimasta l’impronta delle mie terga. Tutto questo lo fa con il preservativo sempre indossato su un cazzo semi eretto e sotto il mio sguardo basito.

Quando finalmente decide che è il momento di ricomporsi, mangiamo. Inizia a tirare fuori dal frigo ogni ben di Dio e a disporlo, affetta, mette nei piatti, versa, e parla parla parla. Infine carica la lavastoviglie con le cose che abbiamo sporcato, sistema il vetro e l’umido nella pattumiera e per scrupolo tira via due briciole con la scopa. Io tengo un occhio alla serie TV ed un occhio a lui che si muove per casa come se non ci fossi io stesa e seminuda sul divano.

Mi rivesto e me ne vado come un uomo che non ha voglia di trattenersi a lungo, lui mi chiede se voglio anche il dolce. Prendo la borsa e lo saluto. Praticamente mi sono scopata mia nonna al pranzo della domenica. Non posso reggere oltre anche se sta cominciando un episodio che adoro.

Comunque il dolce lo avrei dovuto mangiare, aveva fatto una crema di ricotta e aveva marinato le fragole col il timo.

Per tutto il resto…mi è venuta la cistite.

L’universo non vuole che io faccia sesso.

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